IL SENSO POSSIBILE DEL LAVORO POTREBBE ESSERE DELIMITATO DALLE DIMENSIONI DELLA CORTECCIA PREFRONTALE VENTROMEDIALE (IN PROGRESSIVA E ALLARMANTE RIDUZIONE)?

Quando si discute di senso del lavoro, lo si fa spesso da una prospettiva storica, sociologica, psico-sociale. Forse, in quest’epoca di smartphone, social e videogames e con l’ingresso delle nuove generazioni nel mondo del lavoro, bisogna anche valutare il senso del lavoro da una prospettiva neurologica e fare qualche riflessione.

E’ quello che ho pensato assistendo ad una trasmissione molto ben confezionata, dal titolo La scatola nera- (La scatola nera, Presa Diretta – 2023) che fa riferimento ad un nuovo filone di ricerca neuroscientifico sull’effetto che l’uso cronico dei social e degli smartphone ha sulla vita, sui comportamenti, sulle decisioni e sul modo di stare nel lavoro dei giovani, come conseguenza non di scelte consapevoli ma di cambiamenti nella conformazione biologica e neurologica del cervello, che proprio questi device provocano.

Sappiamo che il cervello ha una natura plastica, viene plasmato dall’esperienza e dall’utilizzo che ne viene fatto. Già una ricerca del 2011 aveva rilevato che i taxisti londinesi avevano sviluppato una parte posteriore dell’ippocampo, luogo di stoccaggio delle memorie, grazie al difficile training che dovevano compiere per prendere la licenza, memorizzando più di 25.000 strade e mappe stradali [1].

Le notizie di oggi, sull’effetto dell’uso continuativo degli smartphone sulla conformazione fisica del cervello, non sono buone.

Negli Stati Uniti, a Tulsa, nell’Oklahoma, c’è un centro di ricerche sul cervello che ha avviato L’Adolescent Brain Cognitive Development (ABCD) Study, il più grande studio a lungo termine sullo sviluppo del cervello. Il consorzio di ricerca ABCD è costituito da un centro di coordinamento, un centro di analisi dei dati, informatica e risorse e 21 siti di ricerca in tutto il paese che hanno invitato 11.880 bambini di età compresa tra 9 e 10 anni a partecipare allo studio. I ricercatori stanno seguendo il loro sviluppo biologico e comportamentale passando attraverso l’adolescenza fino all’età adulta. E ora siamo al quinto anno di indagine.

Nel corso della trasmissione (La scatola nera), quello che presenta con tono allarmato il Prof. Martin Paulus, tra i responsabili della ricerca, è, in effetti, allarmante. Dai test effettuati con la risonanza magnetica funzionale, uno strumento che permette di effettuare fotografie dinamiche delle aree cerebrali coinvolte nelle diverse attività e di misurarne anche le dimensioni, è stato rilevato un aumento della dimensione della corteccia visiva ed una riduzione di una parte della corteccia prefrontale, quella ventromediale (vmPFC). Normalmente le reti neuronali nella corteccia prefrontale ventromediale si sviluppano rapidamente durante l’adolescenza e la giovane età adulta, supportando la progressiva regolazione delle emozioni.

Si evidenzia quindi una sproporzione, un disallineamento tra due capacità, quella di guardare, assorbire velocemente e in modo efficiente materiale visivo e quella di elaborare e processare le emozioni che vengono scatenate proprio da tutto questo materiale in ingresso. La vmPFC svolge infatti un ruolo importante nel regolare e inibire le risposte emozionali e un deficit in quest’area riduce proprio la capacità di gestirle.

Le ricerche su pazienti con lesioni in quest’area mostrano una marcata riduzione anche delle emozioni “sociali”, come la compassione, la vergogna e il senso di colpa, ovvero quelle emozioni che sono strettamente associate ai valori morali, oltre ad esibire anche aumento di rabbia mal gestita e una scarsa  tolleranza alla frustrazione.

Risultano anche pesantemente coinvolti i processi decisionali: una lesione a quest’area comporta infatti difficoltà a scegliere tra opzioni che hanno esiti incerti, se l’incertezza è sotto forma di rischio o di ambiguità. Si manifesta inoltre una ridotta capacità di apprendere dagli errori e si tende a scegliere alternative che diano ricompense immediate, con una scarsa attenzione alle conseguenze future delle azioni e delle decisioni stesse.

Il primo e più famoso caso di paziente con lesioni in questa regione fu Phineas Gage nel 1848, un caposquadra della costruzione di una ferrovia che, a seguito di un grave incidente, aveva subito una lesione bilaterale della vmPFC. Prima dell’incidente, Gage era descritto come “serio, industrioso ed energico”. In seguito, divenne “infantile, irresponsabile e sconsiderato verso gli altri”

Il buon funzionamento della corteccia prefrontale è, tra l’altro, fisicamente influenzato anche dall’uso di cocaina: l’utilizzo cronico di questa sostanza porta infatti ad una diminuzione della quantità di materia grigia nella porzione ventromediale, con le conseguenze che tutti conosciamo. Possiamo dire che gli effetti dell’uso cronico di smartphone è simile.

La ricerca è al suo quinto anno, si sta addentrando nello studio dell’adolescenza vera e propria e sarà interessante seguirne gli esiti progressivi.

Se gli effetti di questa riduzione della corteccia prefrontale dovessero perdurare, si andrebbe incontro ad una generazione che potrebbe essere fortemente influenzata, nel rapporto col lavoro, dalle ridotte capacità di gestire le proprie emozioni, in particolare quelle negative, da una bassa tolleranza alle frustrazioni, da difficoltà a prendere decisioni e a gestire rischi e situazioni incerte. Di contro, potrebbe essere maggiormente orientata alla ricerca di reward veloci e riconoscimenti immediati.

In questa prospettiva, il senso del lavoro e il posto del lavoro nella vita della prossima generazione (o forse già di questa generazione) potrebbe essere delimitato dalle ridotte dimensioni fisiche di una parte del cervello che invece risulta fondamentale quando si tratta di vivere all’interno di una comunità attenendosi a processi organizzativi “poco flessibili” o quando si devono delineare traiettorie di lungo periodo sostenendo anche momenti di disagio e disorientamento, sacrificando la ricompensa immediata a favore di una meta che richiede impegno e fatica.

Forse, sarebbe utile avviare un processo creativo di ripensamento delle fasi di ingresso e di adattamento ad un’organizzazione da parte dei giovanissimi, rendendo l’accesso e le prime fasi di permanenza un periodo di inserimento lento e di avvicinamento flessibile e progressivo.

Sarebbe interessante anche seguire da vicino queste ricerche su come si stanno modificando le generazioni nuove per effetto dell’uso cronico di uno strumento che spesso porta alla dipendenza e che sembra stia modificando la conformazione stessa del nostro cervello.

[1] Katherine Woollett, Eleanor A. Maguire. Acquiring “the Knowledge” of London’s Layout Drives Structural Brain ChangesCurrent Biology, 2011; DOI: 10.1016/j.cub.2011.11.018